The Transformation of Enrique Miron as El Diablo shot by Paul Rowland// Study after Velasquez's Portrait of Pope Innocent X by Francis Bacon
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domenica 9 maggio 2010
sabato 17 aprile 2010
Someone Please Call 911

Talvolta l'arte può mettere in imbarazzo e creare situazioni di "misunderstooding";
e ammettiamo che forse un pò chiunque si lascierebbe impressionare da una figura umana in piedi su di uno dei tetti di Manhattan.
Ma forse è proprio sulle ansie dei cittadini della grande mela che vuole far leva la nuova installazione di Antony Gormley, decine di uomini nudi realizzati in ferro che si elevano sui tetti di New York, inermi e alquanto inquietanti.
E come era facilmente prevedibile, l'installazione inaugurata da poche settimane ha già scomodato una dozzina di volte la polizia newyorkese per presunti casi di suicidi denunciati dai passanti impressionati dalle sagome.
Avranno tempo fino al 15 Agosto i cittadini di Manhattan per abituarsi alla convivenza con il genio di Gormley, dopodichè una nuova città dovrà fare i conti con gli pseudo-suicidi dell'artista britannico.
Per cui se per caso doveste capitarvi di notare una figura umana su di un tetto, pensateci due volte prima di allarmare le forze dell'ordine. L'arte è ormai ovunque.
sabato 3 aprile 2010
Guggenheim's Contemplating the Void
Sono trascorsi cinquant' anni da quando la collezione del mecenate Salomon R. Guggenheim trovò sede nella candida spirale disegnata da Frank Lloyd Wright destinata a divenire essa stessa un'opera d'arte e uno dei simboli della cultura mondiale post-bellica.
Un contenitore che ha cambiato il modo di esporre l'arte, proclamandosi come una moderna torre di Babele in cui le culture di tutto il mondo si fondono e confondono in una profumata miscela.
Per rendere ancora una volta onore ad uno dei grandi simboli degli ultimi 50 anni, artisti e architetti di tutto il mondo si sono cimentati nel reinterpretare il famigerato atrio a spirale; proprio come una vera icona pop, il "void" viene riletto, ridisegnato e rimodellato dalle menti più creative in circolazione, assumendo le forme e i colori più audaci, rivestendo i ruoli più disparati.
E ognuno veste il sacro void seguendo i propri capricci, come Stefano Boeri, l'architetto al quale proprio non piace stare con i piedi per terra, che lascia a mezz'aria l'intradosso della spirale, come fosse un UFO, o come Anish Kapoor, l'artista ossessionato dai pigmenti rossi, che lascia irrompere nell'atrio una valanga di polvere rossa, con una potenza immaginifica assurda (rimango estasiato dalla sua proposta).

La diva dell'architettura contemporanea, Zaha Hadid, rielabora gli ipnotici cerchi concentrici estrapolandone l'essenza concettuale in due dimensioni e ridisegnandoli secondo la propria visione plastica.
Mentre il duo nord europeo Elmgreen & Dragset sceglie d'ispirarsi al filone noir, prolungando all'infinito la spirale.
Tasting the Void è invece la proposta del collettivo svizzero Group8 che usa il solido di Wright come uno stampo per budini, esponendo la loro spirale al cioccolato come un dessert d'alta cucina.
E ancora la Camera Oscura del fotografo Hiroshi Sugimoto..
..La tazzina di caffè dello studio d'architettura OSA..
..e l'enorme lampadario di cristallo di Adrian Paci.
Tutte le duecento proposte sono esposte dal 12 Febbraio di quest'anno all'interno della collezione "Contemplating The Void" al Guggenheim di New York.
Un contenitore che ha cambiato il modo di esporre l'arte, proclamandosi come una moderna torre di Babele in cui le culture di tutto il mondo si fondono e confondono in una profumata miscela.
Per rendere ancora una volta onore ad uno dei grandi simboli degli ultimi 50 anni, artisti e architetti di tutto il mondo si sono cimentati nel reinterpretare il famigerato atrio a spirale; proprio come una vera icona pop, il "void" viene riletto, ridisegnato e rimodellato dalle menti più creative in circolazione, assumendo le forme e i colori più audaci, rivestendo i ruoli più disparati.
E ognuno veste il sacro void seguendo i propri capricci, come Stefano Boeri, l'architetto al quale proprio non piace stare con i piedi per terra, che lascia a mezz'aria l'intradosso della spirale, come fosse un UFO, o come Anish Kapoor, l'artista ossessionato dai pigmenti rossi, che lascia irrompere nell'atrio una valanga di polvere rossa, con una potenza immaginifica assurda (rimango estasiato dalla sua proposta).
La diva dell'architettura contemporanea, Zaha Hadid, rielabora gli ipnotici cerchi concentrici estrapolandone l'essenza concettuale in due dimensioni e ridisegnandoli secondo la propria visione plastica.
Mentre il duo nord europeo Elmgreen & Dragset sceglie d'ispirarsi al filone noir, prolungando all'infinito la spirale.
Tasting the Void è invece la proposta del collettivo svizzero Group8 che usa il solido di Wright come uno stampo per budini, esponendo la loro spirale al cioccolato come un dessert d'alta cucina.
E ancora la Camera Oscura del fotografo Hiroshi Sugimoto..
..La tazzina di caffè dello studio d'architettura OSA..
..e l'enorme lampadario di cristallo di Adrian Paci.
Tutte le duecento proposte sono esposte dal 12 Febbraio di quest'anno all'interno della collezione "Contemplating The Void" al Guggenheim di New York.
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venerdì 2 aprile 2010
Madre Barocca
Se solo riuscissi a decifrare i codici massonici applicati al mio telefonino potrei mostrarvi le squisitamente amatoriali foto che sono riuscito a rubare durante la mia visita di purificazione al museo Madre di Napoli, in occasione dell'evento Barock. Ognuno vive il giovedì santo come meglio crede, ma dato che credere non è il mio punto forte ho pensato fosse cosa buona e giusta glorificare questo giorno con una sana iniezione di arte. Insomma c'è qualcosa di biblico nello stazionare un quarto d'ora di fronte uno squalo imbalsamato mentre intorno a me forme di vita nascevano si riproducevano e morivano, ma in fondo anche qualche ebreo di sicuro in qualche passo della bibbia si è fermato più del dovuto ad ammirare la straordinaria perfomance art di Gesù che veniva flagellato, un pò alla Marina Abramovic, applaudendo con gaudio a performance conclusa.
La cosa più kitsch che puoi fare poi in un museo è di certo avvicinarti con aria indifferente ad un gruppo di persone distinte, uno dei quali spiega al resto storia, curiosità, simbolismi e bagianate circa l'opera che insieme state ammirando; un pò quello che ho tentato di fare quando mi sono trovato di fronte l'installazione di Matthew Barney (il marito di Björk), Cremaster 3, un'installazione candida e confusionaria, figlia del grandioso ciclo Cremaster (storia lunga da raccontare ora), una di quelle opere che proprio per il loro ermetismo ti fà sentire stupido quanto basta, almeno finchè non arriva il sapiente di turno dal quale rubare nettare per la tua autostima.
Di certo non c'è stato bisogno di particolari spiegazioni per le teche di Jake e Dinos Chapman, questi due fratelli dai dolcissimi sentimenti ma dalla perfida immaginazione che hanno incorniciato tra vetro e legno pseudo presepi della più nobile tradizione napoletana, rappresentanti però migliaia di corpi straziati da perversi soldati nazisti alti poco più di un paio di centimetri. In fondo il barocco è macabro e quale modo migliore per esprimerlo se non attraverso una minuziosa rappresentazione del male espresso attraverso millimetriche testoline conficcate su pali, soldati della morte che per scherzo indossano maiali scuoiati e avvoltoi che mangiano cadaveri!? Adorabile.

Ma tranquilli c'è anche del sano humor tra le sale del Madre, leggerezza legata ad'una sana dose di blasfemia nelle parodie chirurgico/religiose dell'artista Orlan. Ok forse chi non conosce le implicazioni erotiche dell'estasi di S.Teresa del Bernini avrà bisogno di allungare l'orecchio verso la guida della comitiva affianco, ma non è difficile cogliere la vena ironica delle gigantografie che la ritraggono proprio nelle vesti della santa ritratta dal Bernini ma in versione più maliziosa e profana con un glorioso seno in mostra maneggiando due croci in modo poco ortodosso. Intanto su di un maxischermo vengono proiettate le scene filmate durante le sedute di chirurgia estetiche alle quali si è sottoposta, e non disgustavi nel vederla fiera mostrare il grasso estrattole dalla liposuzione o nel vedere le sue labbra squarciate da un bistori. Anche questo è barocco.
Ora avete presente la Sindrome di Stendhal!? Quel momento mitologico in cui in preda ad un'overdose di bellezza artistica svieni per un indigestione!? Ecco sono sicuro che una volta nella vita debba capitare a tutti, e credo di esserci andato davvero vicino entrando nella sala dedicata a Damien Hirst. In realtà penso che il giramento momentaneo di cui sono stato vittima sia stato causato dalla temperatura spropositatamente alta dell'ambiente, ma mi piace pensare che sia stato vittima di un sottofenomeno Stendhaliano, trovandomi di fronte un riassunto della poetica del mio artista preferito. E non domandatevi fino a che punto è razionale emozionarsi di fronte una vetrinetta con centinaia di medicinali davvero per tutti i gusti o osservando un enorme cerchio nero formato da milioni di mosche morte, io posso. Forse qualcuno riterrà altamento di cattivo gusto accovacciarsi tra due teche che contengono le due metà di una pecora sezionata dalla testa all'ano per osservare con occhi lucidi le interiora e rendersi conto che il cervello degli ovini e davvero piccolo, e in effetti di cattivo gusto lo è, ma allegoricamente non è forse una lettura più approfondita di uno dei simboli della Pasqua!? Insomma tutto ha un senso.
E giusto perchè davvero la classe intellettuale napoletana non può farsi mancare nulla, mentre salgo le scale e alzo la testa per una bestemmia di buon augurio mi accorgo che sul soffitto è stata installata l'opera che a mio avviso rappresenta la quinta essenza del kitsch/minimal/pop contemporaneo, gioia per i miei occhi, l'opera di Jeff Koons Dolphin, ovvero un delfino gonfiabile da mare, di quelli che si vedono su tutte le spiaggie più cafonal del mondo, con sotto appeso un magnifico e normalissimo set di pentole. Che cagata! potrebbe esclamare qualcuno. Ma a me piace, e non poco. E dopo averla ammirata noiosamente su tutte le enciclopedie della rete me la ritrovo proprio sulla testa, con la dolce possibilità che qualche trascurato operaio abbia applicato male l'installazione al soffitto e che tutto possa cadermi addosso, mai sensazione fu più gratificante.
Tanto gaudio ed emozione poteva concludersi in modo epocale? Certo! E' bastato uscire dal cortile sbagliato per rendermi conto di aver affrontato il percorso della mostra al contrario e trovarmi in un qualcosa che somigliasse a ad uno spogliatoio per il personale o roba del genere che, per mia fortuna, mi ha condotto verso l'installazione della quale il museo và più fiero, Untitled di Cattelan. All'interno della chiesa vecchia di S.Maria di Donnaregina (gioiello del gotico napoletano, ma in fondo io studente di architettura non sono nessuno per parlarne) dove per norma dovrebbe essere esposto il solito crocifisso, campeggia un inno alle costrizioni forse religiose, forse sociali interpretato da Cettelan come una donna costretta in un letto, imbrigliata e in situazione d'asfissia, insomma nulla di più barocco ed espressivo, nulla di più blasfemo ed estasiante, il tutto sorvegliato da una surreale addetta del personale che, riscaldata da una stufetta alogena in una mattinata che contava 25 gradi all'ombra, impacciata prima mi ammonisce per essermi avvicinato troppo al nastro che protegge l'opera e poi risentita mi permette di avvicinarmi ancora un pò. Insomma chi ha detto che i napoletani sono tutti personaggi da commedia urlanti gesticolanti pizzaioli dediti all'ozio retrogradi!?
Amen.

La cosa più kitsch che puoi fare poi in un museo è di certo avvicinarti con aria indifferente ad un gruppo di persone distinte, uno dei quali spiega al resto storia, curiosità, simbolismi e bagianate circa l'opera che insieme state ammirando; un pò quello che ho tentato di fare quando mi sono trovato di fronte l'installazione di Matthew Barney (il marito di Björk), Cremaster 3, un'installazione candida e confusionaria, figlia del grandioso ciclo Cremaster (storia lunga da raccontare ora), una di quelle opere che proprio per il loro ermetismo ti fà sentire stupido quanto basta, almeno finchè non arriva il sapiente di turno dal quale rubare nettare per la tua autostima.Di certo non c'è stato bisogno di particolari spiegazioni per le teche di Jake e Dinos Chapman, questi due fratelli dai dolcissimi sentimenti ma dalla perfida immaginazione che hanno incorniciato tra vetro e legno pseudo presepi della più nobile tradizione napoletana, rappresentanti però migliaia di corpi straziati da perversi soldati nazisti alti poco più di un paio di centimetri. In fondo il barocco è macabro e quale modo migliore per esprimerlo se non attraverso una minuziosa rappresentazione del male espresso attraverso millimetriche testoline conficcate su pali, soldati della morte che per scherzo indossano maiali scuoiati e avvoltoi che mangiano cadaveri!? Adorabile.

Ma tranquilli c'è anche del sano humor tra le sale del Madre, leggerezza legata ad'una sana dose di blasfemia nelle parodie chirurgico/religiose dell'artista Orlan. Ok forse chi non conosce le implicazioni erotiche dell'estasi di S.Teresa del Bernini avrà bisogno di allungare l'orecchio verso la guida della comitiva affianco, ma non è difficile cogliere la vena ironica delle gigantografie che la ritraggono proprio nelle vesti della santa ritratta dal Bernini ma in versione più maliziosa e profana con un glorioso seno in mostra maneggiando due croci in modo poco ortodosso. Intanto su di un maxischermo vengono proiettate le scene filmate durante le sedute di chirurgia estetiche alle quali si è sottoposta, e non disgustavi nel vederla fiera mostrare il grasso estrattole dalla liposuzione o nel vedere le sue labbra squarciate da un bistori. Anche questo è barocco.
Ora avete presente la Sindrome di Stendhal!? Quel momento mitologico in cui in preda ad un'overdose di bellezza artistica svieni per un indigestione!? Ecco sono sicuro che una volta nella vita debba capitare a tutti, e credo di esserci andato davvero vicino entrando nella sala dedicata a Damien Hirst. In realtà penso che il giramento momentaneo di cui sono stato vittima sia stato causato dalla temperatura spropositatamente alta dell'ambiente, ma mi piace pensare che sia stato vittima di un sottofenomeno Stendhaliano, trovandomi di fronte un riassunto della poetica del mio artista preferito. E non domandatevi fino a che punto è razionale emozionarsi di fronte una vetrinetta con centinaia di medicinali davvero per tutti i gusti o osservando un enorme cerchio nero formato da milioni di mosche morte, io posso. Forse qualcuno riterrà altamento di cattivo gusto accovacciarsi tra due teche che contengono le due metà di una pecora sezionata dalla testa all'ano per osservare con occhi lucidi le interiora e rendersi conto che il cervello degli ovini e davvero piccolo, e in effetti di cattivo gusto lo è, ma allegoricamente non è forse una lettura più approfondita di uno dei simboli della Pasqua!? Insomma tutto ha un senso.
E giusto perchè davvero la classe intellettuale napoletana non può farsi mancare nulla, mentre salgo le scale e alzo la testa per una bestemmia di buon augurio mi accorgo che sul soffitto è stata installata l'opera che a mio avviso rappresenta la quinta essenza del kitsch/minimal/pop contemporaneo, gioia per i miei occhi, l'opera di Jeff Koons Dolphin, ovvero un delfino gonfiabile da mare, di quelli che si vedono su tutte le spiaggie più cafonal del mondo, con sotto appeso un magnifico e normalissimo set di pentole. Che cagata! potrebbe esclamare qualcuno. Ma a me piace, e non poco. E dopo averla ammirata noiosamente su tutte le enciclopedie della rete me la ritrovo proprio sulla testa, con la dolce possibilità che qualche trascurato operaio abbia applicato male l'installazione al soffitto e che tutto possa cadermi addosso, mai sensazione fu più gratificante.
Tanto gaudio ed emozione poteva concludersi in modo epocale? Certo! E' bastato uscire dal cortile sbagliato per rendermi conto di aver affrontato il percorso della mostra al contrario e trovarmi in un qualcosa che somigliasse a ad uno spogliatoio per il personale o roba del genere che, per mia fortuna, mi ha condotto verso l'installazione della quale il museo và più fiero, Untitled di Cattelan. All'interno della chiesa vecchia di S.Maria di Donnaregina (gioiello del gotico napoletano, ma in fondo io studente di architettura non sono nessuno per parlarne) dove per norma dovrebbe essere esposto il solito crocifisso, campeggia un inno alle costrizioni forse religiose, forse sociali interpretato da Cettelan come una donna costretta in un letto, imbrigliata e in situazione d'asfissia, insomma nulla di più barocco ed espressivo, nulla di più blasfemo ed estasiante, il tutto sorvegliato da una surreale addetta del personale che, riscaldata da una stufetta alogena in una mattinata che contava 25 gradi all'ombra, impacciata prima mi ammonisce per essermi avvicinato troppo al nastro che protegge l'opera e poi risentita mi permette di avvicinarmi ancora un pò. Insomma chi ha detto che i napoletani sono tutti personaggi da commedia urlanti gesticolanti pizzaioli dediti all'ozio retrogradi!?Amen.

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martedì 17 marzo 2009
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